L’Odissea: quando la grandiosità incontra il limite della propria ambizione
Christopher Nolan ha fatto una scelta curiosa nell’adattare L’Odissea: avvicinare Omero al pubblico contemporaneo proprio allontanandosi dal linguaggio che associamo all’epopea. Invece di ricorrere a dialoghi solenni, costruzioni arcaiche o a un’estetica che cercasse di riprodurre un’idea romanticizzata dell’Antichità, Nolan opta per un linguaggio più diretto, colloquiale ed emotivamente accessibile. Lo stesso regista ha affermato di voler trovare un modo di raccontare la storia che avesse un significato emotivo, e non soltanto intellettuale, per lo spettatore moderno, arrivando a dire che voleva che la sua Odissea fosse accessibile al pubblico contemporaneo quanto quella di Omero lo sarebbe stata per il suo stesso pubblico.
È una scelta che considero interessante. Del resto, adattare un’opera vecchia di quasi tremila anni non significa necessariamente conservarla come un pezzo da museo. Nolan comprende che il linguaggio cinematografico è cambiato, che il pubblico è cambiato e che determinate convenzioni narrative devono essere tradotte affinché una storia così antica continui a produrre un impatto. Allo stesso tempo, questa scelta ha un prezzo: rendendo la narrazione più immediata e familiare, L’Odissea finisce anche per lasciare per strada alcune delle stratificazioni, ambiguità e peculiarità dell’opera originale. Il film vuole che comprendiamo Omero; in alcuni momenti, però, sembra volerlo comprendere al posto nostro.
E c’è una contraddizione deliziosa, e quasi ironica, al cuore di questa decisione. Mentre Nolan lavora per rendere più accessibile il linguaggio narrativo di Omero, contemporaneamente trasforma il linguaggio cinematografico del suo film in qualcosa di straordinariamente esclusivo.
L’Odissea è entrata nella storia come il primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX a pellicola. Nolan e il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema sono arrivati a sviluppare, in collaborazione con IMAX, una nuova generazione di cinepresa — la cosiddetta Keighley — e un sistema di isolamento acustico che ha permesso di registrare dialoghi sincronizzati utilizzando una cinepresa IMAX a pellicola di queste dimensioni.
Il risultato è tecnicamente impressionante. Ma c’è un’ironia quasi perversa in questa scelta: sebbene Nolan abbia concepito il suo adattamento per essere più accessibile allo spettatore contemporaneo, solo 41 sale cinematografiche al mondo sono in grado di proiettare L’Odissea in IMAX 70mm, esattamente nel formato per cui è stata concepita.
In altre parole: Nolan democratizza Omero nella narrazione e rende elitaria l’esperienza della proiezione.
E forse è proprio questa contraddizione a introdurre meglio L’Odissea: un film che vuole essere compreso da tutti, ma che è stato prodotto per essere visto nella sua forma massima da pochissime persone. Non lo dico per sminuire l’ambizione tecnica del progetto. Al contrario. È proprio questa ambizione a rendere l’esperienza così affascinante.
C’è un’ironia ancora maggiore nel modo in cui Nolan utilizza il suo strumento più straordinario. La cinepresa è gigantesca. Pesante. Complessa. È stata sviluppata specificamente per rendere possibile ciò che il regista voleva filmare. Ci sono state limitazioni fisiche reali, continui cambi di pellicola, difficoltà nella registrazione del suono e una quantità quasi assurda di logistica necessaria semplicemente per portare quell’attrezzatura in determinati luoghi. E, nonostante tutto, la cinepresa non cerca di attirare l’attenzione su di sé.
Non è una cinepresa che vuole partecipare alla narrazione. Osserva. Registra. Accompagna. E questo mi sembra una scelta registica estremamente consapevole.
In un’epoca in cui il linguaggio cinematografico trasforma spesso la cinepresa in una protagonista — movimenti impossibili, piani sequenza costruiti per impressionare, distorsioni, obiettivi e inquadrature che ricordano costantemente allo spettatore di stare guardando un film — Nolan fa qualcosa di quasi classico con la sua tecnologia rivoluzionaria: la mette al servizio della storia.
La cinepresa esiste per metterci di fronte a quel mondo. Non per spiegarci come dobbiamo sentirlo. Ed è forse proprio per questo che la fotografia de L’Odissea funziona così bene. La grandiosità non sta soltanto nella dimensione delle inquadrature, ma nella sensazione di materialità. C’è acqua vera, c’è luce vera, c’è spazio fisico, c’è movimento reale davanti all’obiettivo. Il film non sembra interessato a nascondere il mondo dietro uno strato digitale. Vuole che noi crediamo in esso. E questo ci porta a un altro degli aspetti più impressionanti della produzione: la quantità di cose che Nolan ha deciso di mettere realmente davanti alla cinepresa.
In un blockbuster contemporaneo, gli effetti visivi vengono spesso utilizzati per costruire praticamente tutto: ambienti, folle, creature, veicoli, paesaggi e persino elementi che potrebbero esistere fisicamente. L’Odissea prende una direzione diversa. La produzione investe deliberatamente negli effetti pratici e nelle riprese realizzate fisicamente, utilizzando la tecnologia digitale soprattutto quando è necessaria per completare ciò che è già stato registrato. E questo cambia la percezione dell’immagine.
Esiste una differenza tra sapere intellettualmente che qualcosa è stato costruito e sentire che possiede un peso. Una nave occupa spazio. Una tempesta interferisce fisicamente con la fotografia. Una folla possiede volume. L’acqua ha un comportamento imprevedibile. Il corpo degli attori interagisce con l’ambiente. Il risultato è un’immagine che sembra meno interessata a dimostrare la perfezione e più interessata a produrre presenza. E forse questo è il più grande merito tecnico del film: Nolan non utilizza la tecnologia per cancellare la realtà fisica delle riprese. Utilizza la tecnologia per espandere ciò che è stato filmato fisicamente. È una distinzione importante.
Anche il montaggio merita credito proprio perché non cerca di trasformare ogni sequenza in uno spettacolo isolato. L’Odissea contiene un numero enorme di avvenimenti. È una narrazione episodica per sua stessa natura: mostri, isole, dèi, tempeste, incontri, morti, tentazioni, battaglie e ritorni. Sarebbe stato molto facile trasformare il film in una successione di attrazioni. Nolan, invece, mantiene una linea narrativa relativamente chiara. Il montaggio comprende che lo spettacolo deve continuare a essere parte del viaggio di Odisseo e non una raccolta di scene destinate soltanto a provocare applausi.
Questo aiuta a spiegare perché un film di 2h52min riesca ad attraversare una quantità così grande di avvenimenti senza sembrare completamente frammentato. Non è un montaggio che vuole dimostrare di essere intelligente. È un montaggio che vuole far avanzare la storia. E, in un film di questa scala, è una qualità.
Se c’è un elemento che ero particolarmente ansiosa di sperimentare al cinema, era il suono. E L’Odissea non delude. Il sound design è potente, fisico e aggressivo quando necessario. Il mare ha peso. Le battaglie hanno violenza. Le tempeste hanno una dimensione enorme. Gli ambienti sembrano avere una vita propria. È un film che comprende che un’epopea marittima non può esistere soltanto a livello visivo. Bisogna ascoltarla. Ed è proprio qui che la mia aspettativa personale era ancora maggiore.
Con tutto l’investimento fatto nella tecnologia di acquisizione delle immagini, mi aspettavo un’esperienza sonora ancora più spazializzata, qualcosa che esplorasse in modo più radicale la sensazione che lo spettatore si trovi dentro quell’ambiente — soprattutto nelle sequenze marittime e di battaglia. Questo non significa che il suono sia mediocre. Al contrario: il suono è eccellente. Ma esiste una differenza tra l’eccellenza e ciò che ci aspettiamo quando un regista costruisce un progetto tecnologico di questa portata. Volevo che il suono arrivasse da ogni direzione. Volevo sentire il mare non soltanto davanti allo schermo, ma intorno ad esso. Volevo che determinate sequenze fossero quasi fisiche anche dal punto di vista uditivo. Il film si avvicina a questa esperienza, ma, per me, non la porta fino in fondo quanto avrebbe potuto.
Se c’è una cosa che sembra essere diventata una tradizione nelle collaborazioni tra Nolan e Ludwig Göransson, è la capacità di trasformare la colonna sonora in parte dell’architettura stessa del film. E L’Odissea non fa eccezione. La colonna sonora è monumentale senza essere semplicemente rumorosa. Sa costruire tensione, attesa, pericolo e grandiosità senza funzionare soltanto come un indicatore emotivo ovvio.
Esiste una propria identità sonora. E, ancora una volta, Göransson dimostra di comprendere qualcosa di fondamentale nel cinema di Nolan: la musica non è lì soltanto per accompagnare l’immagine. Aiuta a costruire l’esperienza temporale del film. È quasi come se la musica ricordasse costantemente che il viaggio di Odisseo non è soltanto spaziale. È un viaggio attraverso il tempo.
Per quanto riguarda il cast, il risultato è altrettanto solido. Nel complesso, le interpretazioni funzionano molto bene all’interno della proposta del film. Nolan non è interessato a trasformare ogni personaggio in una caricatura mitologica. I suoi personaggi parlano come esseri umani, e questo contribuisce proprio all’avvicinamento che il regista cerca tra Omero e il pubblico contemporaneo.
Anne Hathaway è una delle presenze che mi sono piaciute di più. Comprende la dimensione drammatica del suo personaggio e riesce a lavorare all’interno della misura richiesta dal film. Nel complesso, il cast funziona. La mia unica riserva personale riguarda Mia Goth. Non è una critica esclusiva a L’Odissea. È un’impressione che ho anche osservando il suo lavoro in altri film, incluso Frankenstein: spesso percepisco una certa mancanza di espressività facciale che rende più difficile leggere emotivamente il personaggio. Qui, fortunatamente, il problema pesa meno perché il suo personaggio ha una partecipazione relativamente limitata. Ma è una caratteristica della sua recitazione che continua ad allontanarmi.
E qui arriva la mia principale critica al film. I personaggi femminili sono sottoutilizzati. E non riesco a non pensarci quando considero la durata del film, la dimensione del cast e, soprattutto, la ricchezza del materiale originale. Perché stiamo parlando di 2 ore e 52 minuti di film. Non mancava il tempo necessario per sviluppare meglio questi personaggi.
A mio avviso, è mancata una scelta narrativa. Penelope avrebbe potuto essere approfondita maggiormente. Atena avrebbe potuto essere approfondita maggiormente. Circe avrebbe potuto essere approfondita maggiormente. Calipso avrebbe potuto essere approfondita maggiormente. Elena avrebbe potuto essere approfondita maggiormente. E Clitennestra, soprattutto, avrebbe potuto essere un personaggio drammatico straordinario. Non sarebbe stato necessario trasformare L’Odissea in un film corale. Non sarebbe stato necessario togliere Odisseo dal centro. Ma sviluppare queste donne avrebbe arricchito la storia stessa di Odisseo.
Penelope non è semplicemente "la moglie che aspetta". Ha trascorso vent’anni senza sapere se suo marito fosse vivo. Ha cresciuto suo figlio da sola. Ha dovuto gestire una casa circondata da uomini che volevano prendere il posto di Odisseo. Ha escogitato strategie per impedire di essere costretta a risposarsi. Questa è una storia. Calipso non è semplicemente una donna che desidera Odisseo. Gli offre qualcosa che dovrebbe essere una delle più grandi tentazioni della narrazione: la possibilità di rinunciare alla mortalità. Circe non è soltanto una maga. Atena non è soltanto una dea che appare per guidare l’eroe. E Elena e Clitennestra portano con sé due delle conseguenze più complesse della Guerra di Troia. Elena viene trasformata nel simbolo di una guerra condotta dagli uomini. Clitennestra è una donna segnata dalla violenza di quella guerra — soprattutto dal sacrificio della propria figlia, Ifigenia — e risponde a quella violenza attraverso la vendetta. C’è materiale sufficiente per un altro film. E non sto dicendo che Nolan avrebbe dovuto fare un altro film. Sto dicendo che, in quasi tre ore, avrebbe potuto fare il film che ha già fatto e dedicare qualche minuto in più a queste donne. Forse quindici. Forse venti. Forse soltanto dieci. Ma meritavano di più. Perché questi personaggi non sono distrazioni dal viaggio di Odisseo. Ne fanno parte. Penelope è ciò verso cui desidera tornare. Atena è l’intelligenza che lo accompagna. Circe e Calipso sono due diverse possibilità di vita che deve rifiutare. Elena appartiene al mondo della guerra che si è lasciato alle spalle. Clitennestra rappresenta le conseguenze di quella guerra. Approfondirle non avrebbe diminuito Odisseo. Avrebbe approfondito Odisseo.
Forse la cosa più interessante de L’Odissea è che Nolan non cerca semplicemente di riprodurre Omero. Lo interpreta. E ogni adattamento è, inevitabilmente, un’interpretazione. Rendendo il linguaggio più contemporaneo, Nolan avvicina il poema a un pubblico che forse non ha mai letto l’opera originale. Trasformando il film in un’esperienza cinematografica tecnicamente senza precedenti, riafferma la propria visione del cinema come esperienza collettiva e fisica. Utilizzando una cinepresa sviluppata appositamente per il progetto, insistendo sulla materialità delle riprese e puntando su un’esperienza di scala monumentale, costruisce un’Odissea che appartiene tanto al XXI secolo quanto all’Antica Grecia. Ma forse, dopo i titoli di coda, rimane una domanda: quanto di Omero deve essere preservato affinché un adattamento sia ancora capace di farci sentire la stessa storia? Perché ciò che Nolan fa meglio è proprio trasformare L’Odissea in cinema. E ciò che fa di più discutibile è decidere, in alcuni momenti, ciò che noi non abbiamo più bisogno di ricevere da Omero.
L’Odissea è un film tecnicamente straordinario. È uno spettacolo prodotto con un’ossessione per la materialità che è diventata sempre più rara nel cinema contemporaneo. È la dimostrazione che esistono ancora registi disposti a costruire nuovi strumenti per raggiungere immagini che prima non avrebbero potuto esistere nello stesso modo. È un film in cui fotografia, montaggio, suono, colonna sonora, effetti pratici e regia lavorano insieme. Ed è, soprattutto, un film che comprende che il cinema può essere un’esperienza fisica. La mia principale frustrazione non sta in ciò che L’Odissea fa male. Sta in ciò che avrebbe potuto fare ancora meglio.
Perché quando un film dura quasi tre ore, ha uno dei cast più importanti del cinema contemporaneo, una storia con quasi tremila anni di stratificazioni e un regista disposto a costruire una cinepresa praticamente da zero per realizzarlo, le aspettative aumentano naturalmente. Nolan ha consegnato un’Odissea grandiosa. Ma, per me, è mancata una cosa: più tempo per guardare coloro che sono rimasti ad aspettare mentre Odisseo era in mare. Perché forse la domanda più interessante dopo un viaggio durato vent’anni non è soltanto: "Com’è stato per Odisseo tornare a casa?" Ma anche: "Com’è stato per coloro che sono rimasti a casa aspettare il suo ritorno?"



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